Stamattina, dopo l'ennesimo incubo di una notte insonne, mi sveglio con una irrefrenabile voglia di soul. Senza pensare né dove né quando accendo il pc e cerco subito su YouTube qualche video di Janis Joplin, per soddisfare il fabbisogno mattutino. Dopo aver ascoltato i classici Piece of My Heart, Cry Baby, Mercedes Benz e Move over, leggo, sempre distrattamente, la pagina personale della cantante su Last.fm. Qui scopro che proprio oggi, 4 ottobre, ricorre l'anniversario di morte della grande artista che "quando era sul palco faceva l'amore con ventimila persone e poi tornava a casa da sola"...
Janis Joplin (19 gennaio 1943 – 4 ottobre 1970)
Era il 4 ottobre del 1970 quando una overdose di eroina ne stroncò la giovane vita nella stanza di un motel di Los Angeles. Sono passati 38 anni, ma la sua voce continua a strapparti l'anima.
No, non mi riferisco al celebre film di Stanley Kramer, col grande Spencer Tracy (vedi foto). Vi risparmio (almeno per il momento) tale recensione. Il mio riferimento è molto diverso, e va ricondotto alla mia "personalissima persona" nella sua interezza. Ma l'accostamento (almeno quello fotografico...) non è azzardato, vista la mia faccia di stamattina nel momento in cui ho appreso dalla voce tenera di mia madre la "nuova novella": come se non bastasse la mia fedelissima sposa, compagna inseparabile da qualche anno a questa parte, ed altri amichetti sempre desiderosi della mia compagnia, ecco arrivare lui, nuovo adepto della simpatica comitiva. Bene (si fa per dire), ho rivisto il film della mia vita in un baleno. Finalmente ho potuto capire, realizzare, assimilare, la cosa che da tempo temevo e sfuggivo: sono vecchio. Non ci sono più scuse. Evviva l'eredità.
Non avrei potuto desiderare un compagno di merende migliore, almeno per il futuro prossimo.
Richard Wright (28 Luglio 1943 - 15 Settembre 2008)
Another time, another day A brother's way to leave Another time, another day
Breathe , breathe in the air Would you like to say something before you leave? We said good-bye before we said hello When the fat old sun in the sky is falling I'll see you on the dark side of the moon
Unni camini tu, unni scarpisi trema la terra unni li pedi posi nascinu sciuri di milli divisi sciuri di baccu, garofani e rosi
Bedda ca t'agghiu a vinniri 'mprummisi e t'imprummisi vintisetti cosi novi giardina , novi paradisi novi canti d'aceddi unni riposi
Siti cchiù bedda vui di la ricotta cchiù bianca di la nivi siti tutta siti comu 'na fica murgisotta veni lu ventu e vi scutola tutta Vidi ch'è mariùsa sta picciotta jucari nun ci vogghiu e didda ammutta vaja , bidduzza , parati sta botta sta canzuna ppi ttia , ppi ttia fu fatta
Curuzzu, lu me cori si sminuzza ppi vidiri sta vostra biddizza unni scarpisa la vostra scarpuzza lassa petri davanti a la munnizza Quannu vi pittinati sta tistuzza luci comu lu suli la to' trizza e si vi vasu sta duci vuccuzza nun sputu ca nun perdu la ducizza
Nun dormu ca riposu a ttia pinzannu passu li notti interi senza sonnu sempri la to' biddizza cuntiplannu cussì passu lu tempu 'nzinu a gghiornu Mi votu e mi rivotu suspirannu mentri li nervi mia suffriri nun ponnu bedda p'amari a vui, p'amari a vui bedda p'amari a vui mi sentu l'affannu
Un mese, all'incirca. Tanto è durato il mio riposo. Il ritorno non è mai positivo: vengo sempre rapito da un senso d'angoscia e da una profonda voglia di non ritornare alla stessa vita. Questa volta è diverso, la vita dovrà cambiare. Ma quel senso, quel brutto sapore, resta. Qualche linea di febbre e una fastidiosissima tosse condiscono il tutto. Ma sopravviverò, lo faccio sempre. La vecchia vita, i vecchi nemici, sembrano ormai ricordi sbiaditi. Sembrano, lo so, ma farò di tutto per farli diventare. Ora soffro il caldo in un modo diverso, il clima nordico ha rotto qualcosa nel mio microsistema climatico. Sarà forse un presagio d'addio? Ci sto pensando. Da tempo, ormai. La voglia c'è, il coraggio forse, la possibilità non so. Che passi settembre, l'autunno sarà mio consigliere.
Ieri sera, dopo 201 giorni esatti, ho chiuso per l'ultima volta quella dannata saracinesca. Come sono solito fare anche nei momenti peggiori della mia vita, ho provato persino un senso di nostalgia nel vedere quelle mura, quelle vetrate, quei computer da rottamare, quelle carte e cartacce, quei numeri svolazzanti e fluttuanti qua e là. Una strana perversione che mi contraddistingue da sempre. Ma col passare dei minuti, ormai ore, mi rendo conto che il senso di libertà ritrovata va facendosi largo in me. Fa a spallate coi ricordi, la cui stragrande maggioranza "indossa" il polo negativo. Adesso mi servirà una scossa, qualcosa che mi spinga a non pensare più alle stesse cose che mi tormentano da circa sette mesi. Forse ho già trovato l'oggetto del mio desiderio, ma al momento non voglio parlarne. Voglio solo riposare, dormire, far tardi la mattina e oziare, eliminare le tossine e tornare a respirare. Tutto il resto non conta, o almeno non più. La saracinesca ormai è chiusa, ho consegnato stamattina le chiavi, ho lasciato tutto alle spalle, tranne il senso di amarezza che ogni tanto risale come rigurgito infernale. Ma passerà anche luglio, e poi finalmente andrò via.
Ho mantenuto la promessa. Ieri, lunedì, giorno X, ho compiuto la mia missione. Domenica prossima chiuderò per l'ultima volta quella dannata saracinesca per aprirne un'altra (chissà dove, chissà quando...). Innanzi tutto sarò un uomo libero. Povero sì, ma libero. Sarà difficile riappropriarsi subito della libertà mentale di un tempo. Ma almeno avrò la possibilità di provarci. Torno ad essere un senzametalibero, piuttosto che un senzametaprigioniero. Ieri ho trovato la forza e il coraggio di affrontare il nemico. Lo scontro però è stato impari. Dopo un mio esordio garbato e amichevole, ho avuto quello che non mi sarei MAI aspettato: un riscontro ancor più garbato e inaspettatamente generoso. Mi sono sentito improvvisamente il cattivo della storia, un visionario che si lamenta per soprusi inesistenti, un folle, un ingrato. Sono andato via con un senso di liberazione, certo, ma anche con un forte smarrimento cerebrale, dovuto al pronostico non azzeccato. Ma stamattina, mio malgrado, ho potuto scoprire che il folle non ero io. Avevo ragione, anzi, di più. Il nemico sembrava sincero nei suoi discorsi di ieri, ma oggi ha confermato tutta la sua idiozia, la sua incompetenza e la sua vigliaccheria. Si è lamentato con la persona a me più cara. Il tutto alle mie spalle, senza curarsi della figura che avrebbe fatto quando lei mi avrebbe raccontato tutto. Ecco la doppia faccia: la maschera buonista e comprensiva di ieri fa posto a quella viscida di sempre. Ecco il vero (e unico) cattivo della storia. E' pazzo. Un pazzo incurabile, purtroppo. Nessun nosocomio prenderebbe mai in cura il suo caso. E' un uomo perduto. Un uomo, però, che con la sua idiozia vorrebbe condizionare anche gli altri. Ma non me, almeno non più. Io sono andato via. E per quanto lui ieri abbia steso tappeti davanti ai miei piedi e intonato inni al mio nome, io non tornerò indietro. Che vada a farsi fottere, e con lui la sua inutile, vuota, attività. Le sue "porte sempre aperte" non mi incantano. Lui ha bisogno dei miei servigi, ma io non sono lo schiavo di nessuno. Adesso mi toccherà cercare, ancora una volta. Ma prima dovrò recuperare appieno le mie facoltà mentali e cognitive. Rischio il corto circuito, ma forse ho staccato la spina in tempo. Dovrò chiedere scusa al mio istinto, che fin dall'inizio mi diceva di non intraprendere quest'avventura. Dovrò dare una regolata alla mia ragione, coordinarla con le mie reali capacità e attitudini, piuttosto che farmi trascinare dal bisogno atavico e immediato. Dovrò cercare il mio io, nascosto in qualche angolo della mia terra. Dovrò buttare via per sempre la maschera del subalterno, ed assumerne una che più mi compete. Dovrò ritrovare la mia vera maschera, quella fiera, quella che ha caratterizzato gran parte dei miei anni passati, quella che mi ha portato ad essere quello che sono.